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    On its websites, IS (Islamic State) claims that more than 10,000 young Jihadists from Africa and Europe are fighting in its ranks. The intelligence services of the Member States of the European Union confirm these reports and their governments have issued directives and guidelines to prevent young Muslims, both male and female, from leaving for Syria or Iraq. They are also turning their attention to those returning, given that they are seen as a possible risk to the security of a free and pluralistic European society. Some EU countries are also working on preventive measures to convince young Muslims of the futility of involvement in the fighting ranks of IS.

    The motives that prompt them to action may well be that young Muslim men and young veiled Muslim women now reject the European liberal democratic value system; they belong to a new Muslim youth culture; they practice a new form of European anti-Semitism that distinguishes it from the old European anti-Semitism. The Islamic tradition is familiar with hostile stereotypes against the Jews, while the Islamic youth culture is, on the other hand, more an anti-Zionist attitude by virtue of its being first directed against the state of Israel. The representatives of this youth culture are attracted by the near and distant battlefields in Nigeria, Syria and Mali and the hate-filled ideology of IS or Boko Haram.

    Through these bloody battles in African and Arab countries, as well as through the Palestinian conflict, these young Muslims are turning into a latent danger. However, a new Islamic youth and protest culture would have existed in Europe even without these conflicts. European converts and the children born here to Muslim immigrants consciously seek to set themselves apart from mainstream society. Islam is “cool”, the Friday sermon in selected mosques is becoming their elixir of long life and the Prophet Muhammad is the absolute model and example. They have chosen the rigidity of political Islam.

    Young Muslims in Europe are being thrust into an identity trap. They are no longer part of the Arab-Islamic culture of their parents, nor do they feel accepted by the European society in which they have to shape their future. They follow an interpretation of Islam that provides them with solid support and a secure orientation. They come across like-minded people and form cliques where they find comfort among brothers and sisters and can better cut themselves off from the “others”, the “infidels”. Their parents still called themselves Albanians, Algerians, Moroccans or Tunisians, while the sons and daughters now refer to themselves as Muslims. They have failed in their search for identity and also in finding a job. What is striking in this social and cultural development is that the young people of Turkish origin still find support and a home in the classic mosque associations. They are scarcely represented in the cliques of this Islamic youth culture.

    The Jihadist or Salafist recruiters maintain a watchful eye on this group. They are active in the mosques, where young Muslims in search of something meaningful find guidance. The preachers in their preferred mosques do not engage in the complex and polyphonic Islamic tradition. They simplify it by succinctly declaring Islam to be a religion of peace. Or, on the other hand, they reduce Islam to a Jihad, an armed struggle for the truth, for Allah and for Islam. This simplistic access to Islam and the Islamic tradition absolutely forbids any element of doubt, criticism or satire.

    The new Islamic youth culture is nourished by preachers who are influenced by the nebulous tradition of Wahhabism in Saudi Arabia. Their Islam is interpreted in literal terms and holds itself outside any historical evolution. There is an absolute separation of “clean” and “unclean”, “religious” and “profane”. The Islamic youth culture is living, as it were, the life of Muhammad in Mecca in the period 610 – 622, when he had to lead his followers out of their situation of being martyrs and a persecuted minority and, with the help of the Jihad, get them to Medina and to political power. The Islamic youth culture in Europe is following this model; in other words, shutting themselves off with like-minded Muslims, which means cutting themselves off from the hostile majority and giving legitimacy to the Jihad.

    (source: Europeinfos #181)

    Le pagine web dell’IS (Stato islamico) affermano che sarebbero oltre 10.000 i giovani jihadisti provenienti da Africa ed Europa che combattono nei suoi ranghi. Servizi d’intelligence europei confermano questi messaggi e gli Stati membri dell’UE hanno adottato direttive per impedire che musulmani e giovani musulmani vadano in Siria e Iraq. L’attenzione è rivolta anche a coloro che tornano, perché sono percepiti come una potenziale minaccia per la sicurezza della società europea libera e pluralista. Alcuni paesi membri dell’UE lavorano allo sviluppo di misure di prevenzione, con l’obiettivo di convincere i giovani musulmani, ragazzi e ragazze, sull’assurdità di un impegno nelle fila dei combattenti dell’IS.

    Il motivo che li spinge ad agire potrebbe essere il seguente: i giovani musulmani e le musulmane velate rifiutano il sistema di valori democratici e liberali d’Europa; s’identificano con la nuova cultura musulmana delle giovani generazioni; praticano un nuovo antisemitismo che prende le distanze nei confronti del vecchio antisemitismo europeo. La tradizione islamica coltiva stereotipi ostili contro gli ebrei; la cultura islamica dei giovani adotta un atteggiamento piuttosto anti-sionista, che si rivolge soprattutto contro lo Stato di Israele. I rappresentanti di questa cultura sono attirati dai campi di battaglia vicini e lontani dalla Nigeria, dalla Siria o dal Mali e dall’ideologia carica di odio dell’IS o di Boko Haram.

    I combattimenti che annegano nel sangue paesi africani e arabi così come il conflitto palestinese rendono questi giovani musulmani un pericolo latente. Ma anche senza questi conflitti, ci sarebbe in Europa una nuova cultura della contestazione giovanile basata sull’Islam. Convertiti europei e figli d’immigrati musulmani nati qui sicuramente vogliono distinguersi dalla comunità di maggioranza. L’Islam è “cool”, la predicazione del venerdì in alcune moschee diventa come un elisir di lunga vita, e il profeta Maometto è il modello assoluto. Questi giovani hanno scelto il modello rigido dell’Islam politico.

    I giovani musulmani europei si trovano ad affrontare una trappola identitaria. Essi non fanno più parte della cultura arabo-musulmana dei loro genitori, ma neppure si sentono accettati dalla società europea dove devono costruire il loro futuro. Seguono un’interpretazione dell’Islam che garantisce loro un supporto solido e un orientamento sicuro. Incontrano i loro coetanei con cui condividono gli stessi valori e si raggruppano in una sorta di confraternite all’interno delle quali trovano la sicurezza che consente loro di meglio distinguersi dagli “altri”, dagli “infedeli”. I loro genitori sono ancora albanesi, algerini, marocchini e tunisini; i figli e le figlie ora usano solo l’appellativo di ‘musulmani’. Hanno fallito nella loro ricerca di un’identità e di un’occupazione professionale. Colpisce il fatto che in questo sviluppo sociale e culturale, i giovani di origine turca trovino sempre un sostegno e una radice nelle associazioni di moschea classiche e siano poco rappresentati nei cliché di questa cultura islamista giovanile.

    I reclutatori jihadisti o salafiti tengono un occhio su questi gruppi. Essi si attivano all’interno delle moschee dove i giovani musulmani alla ricerca di senso credono di trovare una direzione. Al riparo dalle loro moschee preferite, i predicatori non si avventurano nella complessità e nella polifonia della tradizione islamica. Essi la semplificano proclamando sommariamente che l’Islam è una religione di pace. O la riducono a una jihad, una lotta armata per la verità, per Allah e l’Islam. Questo accesso semplificato all’Islam e alla tradizione islamica non ammette dubbio, né critica o satira.

    Questa nuova cultura islamica dei giovani è alimentata da predicatori influenzati dalla tradizione nebulosa dell’islam wahhabita dell’Arabia Saudita. Questo Islam è letteralista e si vede al di fuori di ogni evoluzione storica. Vi si osserva la separazione assoluta tra “puro” e “impuro”, “religioso” e “profano”. Questi giovani che rivendicano una cultura islamica si vivono praticamente nella situazione di Maometto alla Mecca tra il 610 e il 622. Egli doveva liberare la sua comunità dallo status di minoranza perseguitata emigrando a Medina e conquistando il potere politico attraverso la jihad. La cultura islamica dei giovani in Europa s’ispira a questo modello che consiste nel rinchiudersi su se stessi con i propri compagni correligionari, distinguendosi dalla maggioranza ostile e nel legalizzare la jihad.

    (fonte: Europeinfos #181; traduzione italiana a cura di Eurcom)


    Pourquoi de jeunes musulmans quittent-ils l’Europe pour aller faire la guerre?

    Les pages web de l’EI (État islamique) prétendent que plus de 10 000 jeunes jihadistes venus d’Afrique et d’Europe combattraient dans ses rangs. Les services de renseignement européens confirment ces messages et les États membres de l’Union ont adopté des directives visant à empêcher les jeunes musulmans et musulmanes de se rendre en Syrie et en Irak. Leur attention se porte également sur ceux qui reviennent, car ils sont perçus comme un danger potentiel pour la sécurité de la société européenne libre et pluraliste. Certains pays membres de l’UE travaillent également à l’élaboration de mesures préventives dont le but est de convaincre les jeunes musulmans, garçons ou filles, de l’absurdité d’un engagement dans les rangs combattants de l’EI.

    Le mobile qui les pousse à agir pourrait être le suivant: de jeunes musulmans et musulmanes voilées rejettent le système de valeurs démocratique libéral de l’Europe; ils s’identifient à la nouvelle culture musulmane des jeunes générations; ils pratiquent un nouvel antisémitisme qui prend ses distances vis-à-vis du vieil antisémitisme européen. La tradition islamique cultive des stéréotypes hostiles à l’encontre des juifs; la culture islamique de la jeunesse adopte en revanche une attitude plutôt antisioniste, dans la mesure où elle s’exerce en priorité contre l’État d’Israël. Les représentants de cette culture sont attirés par les champs de bataille proches ou lointains du Nigeria, de la Syrie ou du Mali et par l’idéologie haineuse de l’EI ou de Boko Haram.

    Les combats qui noient dans le sang des pays africains et arabes ainsi que le conflit palestinien font de ces jeunes musulmans un danger latent. Mais, même sans ces conflits, il y aurait en Europe une nouvelle culture de protestation de la jeunesse fondée sur l’islam. Des convertis européens et les enfants des immigrés musulmans nés ici veulent résolument s’écarter de la communauté majoritaire. L’islam est «cool», le prêche du vendredi, dans certaines mosquées, devient comme un élixir de longue vie, et le prophète Mohammed est le modèle absolu. Ces jeunes ont opté pour le cadre rigide de l’islam politique.

    Les jeunes musulmans européens sont confrontés à un piège identitaire. Ils ne font plus partie de la culture arabo-musulmane de leurs parents, ne se sentent pas non plus acceptés par la société européenne où ils doivent construire leur avenir. Ils suivent une interprétation de l’islam qui leur garantit un appui solide et une orientation sûre. Ils rencontrent leurs semblables avec qui ils partagent les mêmes valeurs et se regroupent en des sortes de confréries à l’intérieur desquelles ils trouvent la sécurité qui leur permettra de mieux se démarquer des «autres», les «mécréants». Leurs parents se disaient encore Albanais, Algériens, Marocains ou Tunisiens, les fils et les filles se donnent désormais l’appellation de musulmans. Ils ont échoué dans leur quête d’identité et d’insertion professionnelle. Il est frappant de constater que, dans cette évolution sociale et culturelle, les jeunes d’origine turque trouvent toujours un appui et un enracinement dans les associations de mosquée traditionnelles. Ils sont à peine représentés dans la culture clanique de la jeunesse islamiste.

    Les recruteurs jihadistes ou salafistes gardent l’œil sur ces groupes. Ils s’activent à l’intérieur des mosquées où la jeunesse musulmane en quête de sens croit trouver une orientation. À l’abri de leurs mosquées favorites, les prédicateurs ne s’aventurent pas dans la complexité et la polyphonie de la tradition islamique. Ils la simplifient en proclamant sommairement que l’islam est une religion de paix. Ou ils réduisent ce dernier à un jihad, une lutte armée pour la vérité, pour Allah et pour l’islam. Cet accès simplifié à l’islam et à la tradition islamique n’admet aucune équivoque, critique ou satire.

    Cette nouvelle culture islamique de la jeunesse est alimentée par des prédicateurs influencés par la tradition nébuleuse de l’islam wahhabite d’Arabie saoudite. Cet islam est littéraliste et se voit en dehors de toute évolution historique. On y observe la séparation absolue du «pur» et de l’«impur», du «religieux» et du «profane». Ces jeunes se revendiquant d’une culture islamique se vivent pour ainsi dire dans la situation de Mohammed à la Mecque entre 610 et 622. Il doit libérer sa communauté du statut des minorités persécutées en émigrant à Médine et conquérir le pouvoir politique par le jihad. La culture islamique de la jeunesse en Europe s’inspire de ce modèle, qui consiste à se renfermer sur soi-même avec ses semblables coreligionnaires, à se distinguer de la majorité hostile et à légaliser le jihad.

    (source: Europeinfos #181)


    Warum ziehen Junge Muslime aus Europa in den Krieg?

    Auf seinen Internetseiten behauptet der IS (Islamische Staat), dass über 10.000 junge Djihadisten aus Afrika und Europa in seinen Reihen kämpfen. Die Geheimdienste der EU-Staaten bestätigen diese Meldungen und die Mitgliedsstaaten der EU haben Richtlinien erlassen, um junge Muslime und Musliminnen an der Ausreise nach Syrien und dem Irak zu hindern. Ihr Augenmerk liegt auch auf den Zurückkehrenden, denn sie werden als eine mögliche Gefahr für die Sicherheit der freien und pluralistischen europäischen Gesellschaft gesehen. Einige Mitgliedsländer der EU arbeiten auch daran, präventive Maßnahmen zu erarbeiten, um junge Muslime und Musliminnen von der Sinnlosigkeit eines Engagements in den kämpferischen Reihen des IS zu überzeugen.

    Die dahinter stehenden Motivationen könnten lauten: junge Muslime und verschleierte Musliminnen lehnen die europäischen freiheitlichen demokratische Werteordnung ab; sie gehören zur neuen muslimischen Jugendkultur; sie praktizieren einen neuen Antisemitismus, der sich vom alten europäischen Antisemitismus absetzt. Die islamische Tradition kennt feindliche Stereotypen gegenüber der Juden, die islamische Jugendkultur ist dagegen eher eine antizionistische Haltung, denn sie ist zuerst gegen den Staat Israel gerichtet. Die Vertreter dieser Jugendkultur werden angezogen von nahen oder fernen Kriegsfeldern in Nigeria, Syrien oder Mali und der von Hass erfüllten Ideologie des IS oder der Boko Haram.

    Diese jungen Muslime werden zu einer latenten Gefahr durch die blutigen Kämpfe in afrikanischen und arabischen Ländern sowie durch den Palästina- Konflikt. Aber auch ohne diese Konflikte gäbe es in Europa eine neue islamische Jugend- und Protestkultur. Europäische Konvertiten und die hier geborenen Kinder der muslimischen Einwanderer wollen sich bewusst von der Mehrheitsgesellschaft absetzen. Der Islam ist „cool“, die Freitagspredigt in ausgesuchten Moscheen wird ein Lebenselixier und der Prophet Muhammad ist das absolute Vorbild. Sie haben das starre Korsett des politischen Islam gewählt.

    Die jungen Muslime in Europa werden in eine Identitätsfalle gestoßen. Sie sind nicht mehr Teil der arabisch-islamischen Kultur ihrer Eltern, fühlen sich auch nicht angenommen von der europäischen Gesellschaft, in der sie ihre Zukunft gestalten müssen. Sie folgen einer Interpretation des Islam, der ihnen einen festen Halt und eine sichere Orientierung gibt. Sie stoßen auf Gleichgesinnte und bilden Cliquen, wo sie Geborgenheit unter Brüder und Schwestern finden, und sie können sich von den „Anderen“, den „Ungläubigen„ besser abgrenzen. Ihre Eltern nannten sich noch Albaner, Algerier, Marokkaner oder Tunesier, die Söhne und Töchter nennen sich nun Muslime. Sie sind in ihrem Identitätsfindungsprozess und im Arbeitsprozess gescheitert. Auffällig bei dieser sozialen und kulturellen Entwicklung ist, dass die türkischstämmigen Jugendliche nach wie vor in den klassischen Moscheevereinen Halt und Heimat finden. In den Cliquen der islamischen Jugendkultur sind sie kaum vertreten.

    Die djihadistischen oder salafistischen Rekruteure haben ein aufmerksames Auge auf diese Gruppe. Sie sind in den Moscheen aktiv, wo die suchende muslimische Jugend glaubt, eine Orientierung zu finden. Die Prediger in ihren bevorzugten Moscheen lassen sich nicht auf die komplizierte und vielstimmige islamische Tradition ein. Sie vereinfachen sie, indem sie den Islam kurz und bündig zu einer Religion des Friedens erklären. Oder sie verkürzen den Islam auf einen Djihad, einen bewaffneten Kampf für die Wahrheit, für Allah und für den Islam. Dieser simplistische Zugang zum Islam und zur islamischen Tradition lässt keinen Zweifel, Kritik oder Satire zu.

    Die neue islamische Jugendkultur wird von Predigern genährt, die von der nebulösen Tradition des wahhabitischen Islam Saudi Arabiens beeinflusst sind. Der Islam wird buchstabengetreu interpretiert und außerhalb jeder geschichtlichen Entwicklung gesehen. Es kommt zur absoluten Trennung von „rein“ und „unrein“, von „religiös“ und „profan“. Die islamische Jugendkultur lebt gleichsam in der Situation wie Muhammad in Mekka von etwa 610 bis 622.  Er musste seine Gemeinde aus der Minderheiten- und Märtyrersituation durch die Auswanderung nach Medina mit Hilfe des Djihad zur politischen Macht führen. Die islamische Jugendkultur in Europa folgt diesem Modell, das ein Sich-Einschließen mit gleichgesinnten Muslimen und das Sich-Abgrenzen von der feindlichen Mehrheit bedeutet und den Djihad legalisiert.

    (quelle: Europeinfos #181)

     

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      Hans Vöcking

      Georges Anawati Foundation (GAS)

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