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    The behaviour of extractive European companies (mining and oil) working in Africa is often criticized for the many abuses committed while exploiting the natural resources. These abuses range from secret negotiations between the companies and the African governments to violations of fundamental rights of workers and the affected populations. They also include the lack of control of minerals exported, limited taxes paid to host countries and the lack of accountability of the companies for environmental damage caused by the extractive industry. This article aims to show how transparency is important for the correct exploitation of mineral resources in Africa but not enough for a positive impact for the African population in general.

    The position of the European Union

    The new president of the European Commission Jean-Claude Juncker has made ethics and transparency a central element of its new mandate and the new Trade Commissioner Cecilia Malmström has repeated the same idea at the European Parliament. In this sense, at EU level, two initiatives have been approved regarding transparency of large companies involved in the extractive sector. In June 2013 a Directive on the annual financial statements 2013/34/EU (called “Country by Country Reporting”) was approved whereby the big extractive companies have to report the payments they make to each country in which they operate, with information on profits, taxes on profits and public subsidies received. Most recently, in September 2014, the EU adopted the Non-Financial Reporting a directive for the disclosure of non-financial information by certain large companies relating to environmental, social and employee-related matters, respect for human rights and bribery matters. These two EU Directives are a first step to achieve more transparency in the extractive industry sector. But these initiatives risk being stillborn through lack of political will since the politicians are more worried about assuring access to natural resources in Africa than about promoting transparency within the extractive sector.

    “Country by Country Reporting” is a way to address the need to end secret payments from the extractive industry to the governments where these big companies are operating, many of them in Africa. This Directive establishes disclosure of all payments made to governments on projects worth more than 100,000 euro, including taxes, royalties and license fees in any country where they operate. However, such a high amount is rarely paid in Africa so extractive companies can still evade transparency and continue to act with impunity. This unrealistic amount has been denounced by the civil society involved in the legislative process of the Directive, but once again it has been ignored in favour of the big companies.

    Something similar happens with the Directive for the disclosure of non-financial information where only big companies are obliged to disclose the required information. There is always the risk that they will split up or outsource activities to smaller companies to avoid legislation.  So this initiative has been created for a much smaller group of companies. Moreover, the Directive does not have a specific chapter for the extractive companies. The companies will choose freely which disclosure guidelines to adopt and there are no sanctions for those companies who fail to comply. The companies will be able to put their economic interest before the requirements of the legislation.

    Lack of Political Will

    Therefore, what could have been an opportunity to improve transparency and reinforce the democratic process of the affected countries remains as a set of weak legislation and voluntary guidelines irrelevant to the big companies operating in Africa. The impact of the extractive sector among African population is increasingly out of control and the consequences not only relate to the plundering of African natural resources but also limit economic development and degrade the environment.

    There may be no direct link between transparency and the living conditions of the affected population for the extractive companies, but transparency in the extractive sector could help to raise awareness in affected communities, achieve greater democratic stability and economic development in African countries and enhance environmental protection in the mining areas.

    For this reason, I consider that the new rules of the EU for the extractive sector are not enough. Transparency measures are welcome but a lack of political commitment on the part of the EU makes them inadequate. Transparency is the responsibility of all stakeholders in the process of extractive industries: the mineral-exporting countries, the home countries of extractive companies in the EU and the extractive companies themselves.

    The EU has the responsibility to establish coherent legislation for the extractive sector operating abroad, especially in Africa where many countries depend on their natural resources and export earnings. The extractive sector cannot work with impunity and be guided by only voluntary guidelines. If the EU maintains these directives, it will be an accomplice in the impoverishment of developing countries and will develop a system of neo-colonialism, taking advantage of the raw materials of the African countries without any concern for the fate of their populations.

    (source: Africa Europe Faith and Justice Network)

    Il comportamento delle compagnie europee del settore estrattivo (petrolio e minerali) operanti in Africa è spesso criticato per i molti abusi commessi nello sfruttamento delle risorse naturali. Questi abusi spaziano dalle negoziazioni segrete tra le compagnie e i governi africani alle violazioni dei fondamentali diritti dei lavoratori e delle popolazioni locali. Sono inclusi anche la mancanza di controllo dei minerali esportati, le limitate tasse pagate ai paesi ospitanti e la mancanza di responsabilità delle compagnie per i danni ambientali causati dall’industria estrattiva. Questo articolo intende mostrare come la trasparenza sia importante per il corretto sfruttamento delle risorse minerali in Africa ma non abbastanza per un impatto positivo generale sulla popolazione africana.

    La posizione dell’Unione europea

    Il nuovo presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha fatto dell’etica e della trasparenza un elemento centrale del suo nuovo mandato e il nuovo Commissario ai Commerci, Cecilia Malmström, ha ripetuto la stessa idea al Parlamento europeo. In questo senso, a livello di Unione europea, due iniziative sono state approvate in merito alla trasparenza di molte compagnie coinvolte nel settore estrattivo. Nel giugno 2013 nel bilancio annuale 2013/34/EU (chiamata “Country by Country reporting”) è stata approvata una direttiva secondo la quale le grandi compagnie estrattive devono rendicontare i pagamenti effettuati nei confronti dei Paesi in cui operano, con informazioni sui profitti, delle tasse pagate sugli stessi profitti e sui sussidi pubblici ricevuti. Più recentemente, nel settembre 2014, l’Ue ha approvato la “Non-Financial Reporting”, una direttiva per la rivelazione delle informazioni non finanziarie riguardo ad alcune grandi compagnie riguardo a questioni ambientali, sociali e occupazionali, rispetto per i diritti umani e corruzione. Queste due direttive europee sono un primo passo per ottenere più trasparenza nel settore dell’industria estrattiva. Ma queste iniziative rischiano di essere abortite dalla mancanza di volontà politica, dal momento che i politici sono più preoccupati di garantire l’accesso alle risorse naturali africane che non di promuovere la trasparenza nel settore.

    “Country by Country Reporting” è un modo di rispondere alla necessità di porre fine ai pagamenti segreti da parte dell’industrie estrattive ai governi dove queste grandi compagnie stanno operando, molte delle quali in Africa. Questa direttiva stabilisce la comunicazione di tutti i pagamenti fatti ai governi su progetti di valore superiore ai 100 mila euro, incluse tasse, royalties e costi delle licenze. Comunque, un così alto ammontare è raramente pagato in Africa così le compagnie estrattive possono ancora evadere la trasparenza e continuare ad agire con impunità. Queste cifre irrealistiche sono state denunciate dalle società civile coinvolta nel processo legislativo che ha portato alla direttiva, ma una volta ancora sono state ignorate a favore delle grandi compagnie.

    Qualcosa di simile accade con la direttiva per la rivelazione delle informazioni non finanziarie dove solo le grandi compagnie sono obbligate a rivelare le informazioni richieste. C’è sempre il rischio però che le attività vengano suddivise in compagnie più piccole o esternalizzate per evitare la legislazione. L’iniziativa finisce così per riguardare un gruppo molto più piccolo di compagnie. Comunque, la direttiva non ha un capitolo specifico per le compagnie del settore estrattivo. Queste compagnie sceglieranno liberamente che linee guida adottare e non ci sono sanzioni per quelle compagnie che non le rispetteranno. Le compagnie saranno in grado di anteporre i loro interessi economici a quanto richiesto dalla legislazione.

    Mancanza di volontà politica

    Quindi, quella che avrebbe potuto essere un’opportunità per migliorare la trasparenza e rinforzare il processo democratico dei Paesi coinvolti rimane come un insieme legislativo debole e le linee guida su base volontaria irrilevanti per le grandi compagnie operanti in Africa. L’impatto del settore estrattivo tra la popolazione africana è sempre più fuori controllo e le conseguenze non riguardano solo il saccheggio delle risorse naturali africane ma anche il limite allo sviluppo economico e il degrado dell’ambiente.

    Ci potrebbe anche non essere un collegamento diretto tra la trasparenza e le condizioni di vita delle popolazioni coinvolte dalle operazioni delle compagnie estrattive, ma la trasparenza potrebbe aiutare a far crescere la consapevolezza delle comunità locali, ottenere una maggior stabilità democratica e sviluppo economico nei Paesi africani e accrescere la protezione dell’ambiente nelle aree minerarie.

    Per queste ragioni, credo che le nuove regole dell’Unione europea per il settore estrattivo non siano sufficienti. Misure di trasparenza sono benvenute ma una mancanza d’impegno politico dalla parte dell’Ue le rende inadeguate. La trasparenza è responsabilità di tutte le parti interessate al processo dell’industria estrattiva: i Paesi esportatori di minerali, i Paesi di origine delle compagnie estrattive nell’Ue e le compagnie stesse.

    L’Unione europea ha la responsabilità di stabilire una legislazione coerente per il settore estrattivo operante all’estero, specialmente in Africa dove molti Paesi dipendono dalle risorse naturali e dai guadagni delle esportazioni. Il settore estrattivo non può lavorare nell’impunità e guidato solo da regole volontarie. Se l’Ue manterrà queste direttive, sarà complice dell’impoverimento dei Paesi in via di sviluppo e svilupperà un sistema di neocolonialismo, approfittando delle materie prime dei Paesi africani senza alcuna preoccupazione sul futuro delle loro popolazioni.

    (fonte: Africa Europe Faith and Justice Network; traduzione italiana a cura di Eurcom)


    Transparence contre volonté politique

    Le comportement des sociétés extractives européennes (mines et pétrole) qui travaillent en Afrique est souvent critiqué pour de nombreux abus commis dans l’exploitation des ressources naturelles. Ces abus vont des négociations secrètes entre les sociétés et les gouvernements africains à des violations de droits fondamentaux des travailleurs et des populations affectées, aussi bien qu’au manque de contrôle des minerais exportés, aux taxes limitées payées aux pays hôtes ou au manque de responsabilité sociale des sociétés pour les dommages à l’environnement causés par l’industrie extractive. Cet article veut montrer comment la transparence est une valeur ajoutée pour l’exploitation correcte des ressources minérales en Afrique, mais qu’elle n’est pas suffisante pour un impact positif sur la population africaine en général.

    La position de l’Union Européenne

    Jean-Claude Juncker, le nouveau président de la Commission Européenne, a fait de l’éthique et de la transparence un élément central de son nouveau mandat, et Cecilia Malstrom, la nouvelle Commissaire au Commerce, a répété la même idée lors de son audition au Parlement Européen. En ce sens, au niveau de l’Union Européenne (UE), deux initiatives ont été approuvées concernant la transparence de grandes sociétés engagées dans le secteur extractif. En juin 2013, la Directive sur les déclarations financières annuelles 2013/34/EU (appelée “Rapport pays par pays”) selon laquelle les grandes sociétés extractives doivent rapporter les paiements qu’elles font à chaque pays où elles opèrent; leur rapport doit contenir des informations sur les profits, les taxes sur les profits et les subsides publics reçus. Tout récemment, en septembre 2014, l’UE a adopté le “Rapport non financier”, une directive pour la divulgation d’informations non financières par certaines grandes sociétés, concernant les questions environnementales, sociales et relatives aux employés, le respect des droits humains et les questions de corruption. Ces deux directives de l’UE sont un premier pas pour arriver à davantage de transparence dans le secteur de l’industrie extractive. Mais ces initiatives courent le risque d’être nées inutilement à cause du manque de volonté politique puisque les politiciens s’inquiètent davantage d’assurer l’accès aux ressources naturelles des pays africains que de promouvoir la transparence dans la bonne gouvernance du secteur extractif.

    Le “Rapport pays par pays” a émergé comme le besoin de faire cesser des paiements secrets de sociétés extractives aux gouvernements des pays où ces sociétés opèrent, en Afrique pour la plupart d’entre elles. Cette directive établit le devoir de divulguer tous les paiements faits aux gouvernements sur des projets qui valent plus de 100.000 euros, y compris les taxes, les droits d’auteur et les redevances pour les licences dans tout pays où ces sociétés opèrent. Cependant, il est rare qu’une somme aussi élevée soit payée en Afrique pour les sociétés. Ainsi, si ces paiements sont aussi élevés, alors les sociétés extractives continueront d’omettre la transparence, ce qui leur permettra d’agir dans l’impunité comme elles l’ont fait jusqu’à présent. Ce montant irréaliste a été dénoncé par la société civile impliquée dans le processus législatif de la Directive, mais une fois de plus, la critique a été ignorée en faveur des grandes sociétés.

    Quelque chose de semblable se passe pour la Directive pour la divulgation d’informations non financières, où seules les grandes sociétés sont obligées de divulguer l’information exigée. Le risque existe toujours que les grandes sociétés vont se scinder ou faire sous-traiter des activités par des sociétés plus petites pour éviter la législation. Ainsi, cette initiative a été créée pour un nombre beaucoup plus réduit de sociétés. De plus, la Directive n’a pas un chapitre spécifique pour les sociétés extractives. Celles-ci choisiront librement quelles lignes de conduite elles adopteront pour divulguer une telle information, et il n’y a pas de sanction pour les sociétés qui ne se soumettront pas à cette directive. Les sociétés pourront faire passer leur intérêt économique avant les exigences de la législation.

    Le manque de volonté politique

    C’est pourquoi ce qui aurait pu être une opportunité pour améliorer la transparence et renforcer le processus démocratique des pays affectés reste comme un ensemble de législation faible et de lignes de conduite volontaires sans exigences pertinentes sur les grandes sociétés qui opèrent en Afrique. L’impact du secteur extractif parmi la population africaine est en train d’augmenter sans contrôle et les conséquences affectent non seulement le pillage des ressources naturelles africaines mais elles limitent le développement économique et dégradent l’environnement.

    Certainement, pour les sociétés extractives, il n’y a pas de lien direct entre la transparence et les conditions de vie de la population affectée. Mais la transparence du secteur extractif pourrait aider à conscientiser les communautés affectées, aboutir à une stabilité plus démocratique et au développement économique des pays d’Afrique aussi bien qu’à la protection environnementale des régions minières.

    Pour cette raison, je considère que les nouvelles règles de l’UE pour le secteur extractif ne sont pas suffisantes. Les mesures de transparence sont bienvenues mais un manque d’engagement politique de l’UE les rend inadéquates. La transparence est une responsabilité de tous les actionnaires dans le processus des industries extractives, elle implique les pays d’Afrique exportateurs de minerais, les pays d’où l’industrie extractive est originaire et les sociétés extractives elles-mêmes.

    L’UE a la responsabilité d’établir une législation cohérente du secteur extractif à l’œuvre à l’étranger, spécialement en Afrique où beaucoup de pays dépendent de leurs ressources naturelles et des gains de leurs exportations. Le secteur extractif ne peut pas travailler impunément et n’être guidé que par des lignes de conduite volontaires. Si l’UE maintient ces directives, elle sera complice de l’appauvrissement des pays en voie de développement et elle développera un système néocolonialiste où elle tirera avantage des matières premières des pays africains sans aucun intérêt pour le sort de leur population.

    (source: Africa Europe Faith and Justice Network)

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      José Luis Gutiérrez Aranda

      AEFJN (Africa Europe Faith and Justice Network) Policy Officer

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